venerdì 28 novembre 2008

Amauroto

Amauroto dunque è posta sul dolce declivio di un’altura ed è di forma quasi quadrata (…) La città per mezzo di un ponte, non con pilastri di palafitte ma tutto in pietra con splendidi archi, è collegata con la riva opposta (…) Questa piazzaforte è cinta da mura alte e larghe, con numerose torri e rivellini, e le mura sono alla lor volta circondate per tre lati da un fossato asciutto, ma largo e profondo, difeso da siepi spinose (…) Le piazze sono tracciate in modo acconcio sia pei trasporti che contro i venti, le case in nessun modo misere, e se ne vedono per file lunghe, che si stendono per interi quartieri, con le facciate fronte a fronte, separate da vie larghe 20 piedi. Alle spalle di dette case sono attaccati, per tutta la lunghezza dei quartieri, grandi giardini, cui tutto intorno altre case s’addossano, chiudendoli. (…) E’ tradizione infatti che detta città l’abbia disegnata in tutta la sua configurazione Utopo in persona (…) Ora invece ogni palazzo, di forma mirabile, è a tre piani, con le pareti esterne fatte di pietre, di pietra lavorata o mattoni, mentre nell’interno il vuoto è riempito di rottami.

Thomas More "Utopia" 1516

Città (18)

venerdì 21 novembre 2008

3000 Sogno

Era quella l'unica parte di Andropoli costruita con una perfetta simmetria.
Da una gran piazza circolare partivano sette strade a guisa dei raggi di una stella, e nelle piazze si innalzavano superbi il Palazzo del Governo, l'Accademia delle scienze e delle lettere, l'Accademia delle arti belle e il Tempio della speranza. Nelle vie, che sboccavano nella piazza, eran posti gli alberghi, i grandi magazzini, gli Archivii, le Biblioteche; tutti gli edifizii pubblici necessarii alla vita di un gran popolo.
Si potrebbe dire che questa parte di Andropoli era la Città del pubblico; mentre tutta l'altra immensa distesa di case accoglieva gli abitanti, che venuti da tutti i paesi del mondo vi si erano agglomerati, per quell'istinto irresistibile che l'uomo ha comune colle formiche, colle api e con tutti gli animali socievoli.
La Città del pubblico non aveva alcuna simmetria, ma seguiva gli accidenti del suolo, ora arrampicandosi sulle colline, ora scendendo nelle valli e distendendosi sugli altipiani.
La legge degli Edili non imponeva altri vincoli, che quello di lasciare aperta la via fra la schiera delle case, in modo che vi potessero muoversi liberamente pedoni, velocipedi, carrozze e tutti quanti gli svariati mezzi di trasporto, che secondo il gusto e la ricchezza di ciascheduno erano usati nell'anno 3000.
Le vie non erano tutte diritte, né si tagliavano ad angolo retto, come nelle monotone scacchiere dell'America; ma ora eran serpentine, ora oblique ed ora diritte, secondo gli accidenti del suolo e il capriccio dei costruttori. Di obbligatorio non c'era che la larghezza, che era per tutte le vie di almeno venti metri.
Le case eran tutte di un sol piano, più spesso di due, comprendendo, ben inteso fra quei due anche il pian terreno. Quelle di un sol piano (il terreno) erano dei poveri o dei celibi; le più alte dei ricchi e degli ammogliati; perché ogni celibe e ogni famiglia avevano una casa per sé soli e ogni casa aveva il proprio giardinetto. Luce, calore, forza motrice ed acqua eran distribuiti in ogni casa dal gran centro dinamico della città.
Quanto all'architettura, che aveva guidato la costruzione delle case, essa era bizzarra e svariatissima. Tutti gli antichi stili vi erano rappresentati insieme ai nuovi e ai nuovissimi; che ogni giorno immaginava la fantasia dei proprietarii e degli architetti. Ognuno poteva farsi a suo talento la propria casa, per cui vedevate accanto ad un edifizio gotico una casa Pompeiana, un chalet vicino ad una palazzina greca, e i minareti vicini a case barocche, a case di stile lombardo o del rinascimento.
Per un uomo del nostro tempo, che avesse visitato quella città, la cosa più originale però non era la straordinaria varietà degli stili architettonici; ma bensì la novità e la diversità del materiale, con cui erano costruite le case.

Paolo Mantegazza "3000" 1897

lunedì 6 ottobre 2008

Candido

Aspettando, furono condotti a vedere la città, gli edifici pubblici alti fino alle nuvole, i mercati adorni di mille colonne, le fontane d’acqua pura, le fontane d’acqua di rose, di liquor di canna da zucchero, che tutte sgorgavano su grandi piazze pavimentate con una specie di gemma, la quale spandeva un odore simile a quello del garofano e della cannella. Candido chiese di vedere la corte di giustizia, il parlamento: gli fu detto di non essercene, e che non si leticava mai. S’informò se vi fossero delle prigioni, e gli fu detto di no. Soprattutto lo sorprese e gli fece piacere il palazzo delle scienze, dove vide una galleria di duemila passi tutta piena d’istrumenti fisici e matematici.

Voltaire, Francois Marie Arouet “Candido ovvero l’ottimismo” 1759

domenica 5 ottobre 2008

1984

C’erano sempre stati quei panorami di case novecento in rovina, coi fianchi tenuti su a mala pena da travi in legno, con le finestre turate da carta incatramata e con i tetti di ferro ondulato, e quelle staccionate intorno ai giardini che pendevano sghembe da tutte le parti? E i luoghi bombardati dove la polvere di calcestruzzo mulinava nell’aria, e le erbacce crescevano sparse sui mucchi di sassi? E quegli altri luoghi in cui le bombe avevano aperto dei buchi più larghi e dove erano germogliate miserabili colonie di capanne di legno simili a pollai? Ma era inutile, non riusciva a ricordare: non restava nulla della sua infanzia, se non una serie di quadri senza sfondo e per la maggior parte incomprensibili.


Si diceva che il Ministero della Verità contasse tremila locali sul livello del terreno e altrettanti in ramificazioni sotterranee. Sparsi nel centro di Londra, c’erano altri tre edifici d’aspetto e di mole simili. Il Ministero della Verità che si occupava della stampa, dei divertimenti, delle scuole e delle arti. Il Ministero della Pace, che si occupava della guerra. Il Ministero dell’Amore, che manteneva l’ordine e faceva rispettare la legge. E il Ministero dell’Abbondanza che era responsabile dei problemi economici.

1984. George Orwell

mercoledì 1 ottobre 2008

Città (15)

Il paese dei balocchi

Su tutte le piazze si vedevano teatrini di tela, affollati di ragazzi dalla mattina alla sera, e su tutti i muri delle case si leggevano scritte col carbone delle bellissime cose come queste: Viva i balocci (invece di balocchi): non vogliamo più schole (invece di non vogliamo più scuole): abbasso Larin Metica (invece di l’aritmetica) e altri fiori consimili.

Collodi, Le avventure di Pinocchio

venerdì 26 settembre 2008

Oscar

Una carta del mondo che non contiene il Paese dell'Utopia non e' degna nemmeno di uno sguardo, perche' non contempla il solo Paese al quale l'Umanita' approda di continuo. E quando vi getta l'ancora, la vedetta scorge un Paese migliore e l'Umanita' di nuovo fa vela. Il progresso altro non e' che il farsi storia delle utopie. L'Inghilterra non sara' mai civilizzata fino a quando non annettera' l'Utopia ai suoi domini.

Oscar Wilde

Città (14)

Città (13)

venerdì 18 gennaio 2008

Città (12)

Città (11)

Bauci

Dopo aver marciato sette giorni attraverso le boscaglie, chi va a Bauci non riesce a vederla ed è arrivato. I sottili trampoli che s’alzano dal suolo a gran distanza l’uno dall’altro e si perdono sopra le nubi sostengono la città. Ci si sale con scalette. (…) Nulla della città tocca il suolo tranne quelle lunghe gambe da fenicottero a cui si appoggia e, nelle giornate luminose, un’ombra traforata ed angolosa che si disegna sul fogliame.
Italo Calvino, Le Città Invisibili